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21/03/2016
Hannah Arendt, Immanuel Kant e l'elogio del pensiero aperto
Conferenza della filosofa Stefania Tarantino al Café Philo
di: Maria Rosaria De Rosa

«Con chi desideriamo stare in compagnia? Ho cercato di mostrarvi che le nostre decisioni sul bene e il male dipendono dalla scelta dei nostri compagni, di coloro con cui vogliamo passare il resto dei nostri giorni.»

E' a partire da questa riflessione di Hannah Arendt che lo scorso 17 marzo la filosofa Stefania Tarantino ha tenuto una lezione dal tiolo «L'interpretazione di Hannah Arendt del sensus communis di Kant», nell'ambito delle iniziative del Café Philo, coordinato da Rita Felerico, quest'anno dedicato al rapporto tra etica e cittadinanza. 

Quanto è importante la centralità del pensare insieme per rafforzare il sentire civico, la propria idea di appartenenza e il concetto stesso di cittadinanza? Proprio Arendt - secondo Tarantino - ci offre interessanti spunti di riflessione su queste tematiche attraverso l' elaborazione del concetto di «sensus communis», il senso comune, quale elemento fondamentale per vivere in una comunità. 

Ispirandosi all'imperativo del pensiero aperto di Kant, ma anche alle riflessioni di Vico sull'elogio del buon senso, Arendt suggerisce che il senso per il giusto e per il bene comune si acquista solo nel vivere comune. Ma qual è la vera portata del senso comune in una collettività? E' possibile che, pensando in comune, si possa arrivare ad un sapere plurale e condiviso, capace di mantenere sempre quel carattere che Tarantino definisce "di relazione"? 

E' ancora una volta nel pensiero di Kant che Arendt individua una risposta: è la capacità di giudizio - fondata su un senso comune condiviso - che assicura la pluralità dei punti di vista all'interno di un gruppo, ma anche la possibilità di distinguere il bene dal male. Questa capacità di giudizio è una «capacità naturale» che tuttavia, se ridotta o repressa, può portare verso i peggiori crimini, come ci insegna la storia del secolo scorso. 

Un dibattito sul rapporto tra etica e cittadinanza nel ventunesimo secolo trova ancora in questi concetti utili spunti di riflessione e solo il corretto giudizio esercitato in una pluralità conferisce agli individui un’esperienza del mondo e degli altri che li rende - come ha indicato la biografa di Arendt,  Elisabeth Young-Bruehl: «mentalmente potenti; buoni viaggiatori; non isolati, ma connessi; non provinciali ma cosmopoliti. Il giudizio è la facoltà che prepara una persona a essere l’ideale kantiano: un cittadino del mondo»