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20/08/2017
«Ninna Nanna», o dei sensi di colpa delle madri
di: Maria Rosaria De Rosa

«Il bambino è morto. Sono bastati pochi secondi. Il medico ha assicurato che non aveva sofferto. Il corpo disarticolato giaceva in mezzo ai giocattoli, l’hanno adagiato in un sacco nero e hanno chiuso la cerniera. La bambina invece era ancora viva quando sono arrivati i soccorsi. Ha lottato come una tigre […]Adam è morto. Mila non ce la farà».

Le prime righe del romanzo di Leïla Slimani, Ninna Nanna, acclamato Premio Goncourt 2016 tratto da una storia vera e uscito lo scorso aprile per Rizzoli, sono un colpo al cuore per il lettore, lo sono in particolare se quel lettore è un genitore ed almeno una volta nella vita ha provato il sollievo di sapere i suoi figli affidati alle cure amorevoli di una tata, e solcano le coscienze delle madri che grazie a quel sollievo hanno potuto rimettersi in gioco nel lavoro, nella carriera, nelle passioni coltivate da una vita. «Myriam era divorata dal rancore e dai rimpianti – si legge – Pensava a tutti gli sforzi che aveva fatto per finire gli studi […]alla gioia che aveva provato quando era stata ammessa all’albo degli avvocati. […]Nemmeno a Paul riusciva a confessare quanto si vergognasse. Quanto si sentisse morire all’idea di non avere niente da raccontare al di là delle bravate dei bambini. […]Evitava specialmente le donne, che sanno essere così crudeli».

Per questo la scena che Myriam si trova di fronte un giorno che rientra prima dal lavoro,  descritta con certosina freddezza all’inizio della storia, con i figli ridotti così da una tata il cui viso è «un mare calmo», lascia inevitabilmente il segno, e mantiene alto il livello di suspence nel romanzo, perché anche se si sa da subito chi è l’assassino e con quale crudeltà abbia ucciso due bambini, abbiamo bisogno di capire le ragioni di questo gesto, solo così potremo rispondere anche alle nostre paure, alle paure recondite che ogni genitore prova ogni volta che esce di casa («nessuno affida di buon grado i propri figli a una sconosciuta»). Ma questo è un libro che indaga anche sulle nostre concezioni dell’amore, dell’educazione, dei rapporti di forza che si celano dietro il denaro, ci parla di pregiudizi culturali e di classe e del tempo in cui viviamo, ci ricorda che nella complessa costruzione di un rapporto di fiducia e di reciproco rispetto è necessario – come la citazione tratta da Delitto e castigo di Dostoevskij all’inizio – « che chiunque abbia un posto dove andare…».

Leïla Slimani, Ninna Nanna, Rizzoli 2017, pp. 204