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1-06-2018
Recensione
Silloge di Lina Sanniti
di: Olimpia Ammendola


Ad un incontro letterario organizzato a casa di Carmela Bencivenga, un
giovane rivolse agli astanti questa domanda: che cosa fa sì che un testo
possa essere definito poetico? Quali elementi, quale caratteristica peculiare
ci mette al riparo dal considerare ogni produzione che si propone con la
qualifica di poesia, realmente appartenente al genere poetico?
Evidentemente il giovane lettore poneva il quesito perché anch'egli
impressionato se non infastidito dal fatto che, oggi, tantissimi pubblicano
di tutto , dal romanzo alla poesia. Il mercato è invaso da libri molto spesso
di nessun valore, che comunque, nel momento in cui vengono pubblicati,
acquistano un'aura di autorevolezza che non sempre meritano.
A mio avviso la poesia è tale se provoca uno shock emotivo, se riesce a
turbare e a sconvolgere la quiete del lettore, a stravolgergli i luoghi
comuni, l'ovvio, l'abitudine che non è solo dell'azione ma soprattutto del
pensiero, delle idee, della memoria.
La silloge di Lina Sanniti, piccola, breve, umile, risponde alla domanda del
giovane. Se l'avesse avuta tra le mani, avrebbe compreso da subito il
discrimine tra poesia e vuoto snocciolare di parole, arido e senza nessuna
suggestione, né impatto emotivo. "Madre di parole" è una raccolta tanto
breve quanto intensa. La brevità è inversamente proporzionale alla sua
forza, alla sua potenza che in ogni rigo, erompe con delicata
determinazione. I temi che sceglie sono tanti, eterogenei, apparentemente
sconnessi tra loro: le donne, il padre, l'amore, i giovani, il tempo, il bene.
Il minimo comun denominatore è la consapevolezza del dolore che ha
scelto di non crogiolarsi in se stesso ma di sentirlo, di prenderlo per mano
per accogliere la grazia che è possibile intravedere nel silenzio della
sofferenza, nel vuoto che non si vuole riempire perché qualunque
riempimento sarebbe un surrogato, una finzione che moltiplicherebbe a
dismisura il vuoto che non si vuole accettare. Particolarmente forte la
poesia "I RAGAZZI DI QUI", che a mio avviso vuole essere un affresco
breve ma molto efficace della condizione giovanile, delle emozioni che
attraversano i ragazzi, del loro oscillare tra onnipotenza e naufragio, del
loro volere essere sostenuti ma in maniera invisibile. Lina attraversa le
problematiche del mondo giovanile in maniera decisa ma delicata, non fa
sconti di niente ma con un senso del maternage di chi sceglie il figlio
consapevole che l'amore materno non è un dato biologico ma una scelta
culturale, consapevole della drammaticità e contraddittorietà dellarelazione madre figlio, ricordando che i nostri figli non sono figli nostri e
che il miglior modo di accettare questa precondizione della maternità è
consentire il diritto all'erranza del proprio figlio.
Il titolo scelto dall'autrice "MADRE DI PAROLE", forse ci dà anche una
chiave di lettura del suo rapporto con la maternità e la dura consapevolezza
che essere madre non è un dato biologico. "Non sono madre di niente se
non di parole", è il sommesso grido di Lina che vuole comunicarci credo,
che il sentimento della mancanza se non si trasforma in risentimento, può
produrre, creare, costruire architetture di senso. Madre di parole è
un'intensa architettura di senso in cui ogni frammento è collegato all'altro
in un andirivieni di suggestioni, paradossi, immagini, colori, sfumature. E'
un ventaglio di emozioni che ci fanno cogliere la differenza tra la poesia e
le tante contraffazioni di essa.