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6-12-2018
"L'Oro di Napoli" al teatro Corona di Quarto
Un opera di Franco Cutolo
di: Olimpia Ammendola

Qualche sera fa è stata messa in scena l'opera "L'Oro di Napoli" al teatro Corona di Quarto. Anche in questa
occasione Franco Cutolo, il regista, non si è smentito. E' sorprendente infatti, la poliedricità di un regista
che, con disinvoltura, passa dalle "favole di Basile" all'"ordinaria follia di donne in preda a crisi di nervi", ai
"figuri di tanti anni fa": tutte commedie estremamente eterogenee, diverse e tutte profondamente
caratterizzate. La bravura di Franco è quella di trovarvi sempre un filo conduttore, un leitmotiv, un filo
rosso che unisce ciò che non è unibile. Il filo rosso lo trova senza cercarlo, senza artifici, senza modificare
l'essenza, l'anima del testo. Questa è la sua genialità anche se va detto che il testo è una rielaborazione di
un romanzo di Marotta in cui Saverio costruisce pastori per il presepe anziché fare il pazzariello come nel
film di De Sica. Dell' "oro di Napoli" ha messo in scena solo alcune storie. La storia di Saverio che è
costretto a condividere la casa con il guappo del quartiere di cui riesce alla fine a liberarsi anche grazie ad
una diagnosi non veritiera sulla salute del guappo, è la prima delle storie di "vita", il primo affresco che ci
restituisce la napoletanità verace, immediata, colorita. Quello che mi ha molto colpito di questa storia è la
distruzione del presepe da parte del guappo, presepe costruito da Saverio in occasione del Natale. Nella
scena del film di De Sica, il guappo distrugge la cassata che Saverio ha comprato per festeggiare il Natale.
Nella revisione proposta da Cutolo che, intenzionalmente, intende discostarsi dalla pellicola di De Sica, il
guappo distrugge il presepe dopo aver pronunciato la fatidica frase "A me o presepe nun me piace", frase
che appartiene ad un'altra commedia di Eduardo: Natale in casa Cupiello. La moglie di Saverio che prepara
la minestra maritata, particolare da attribuire alla creatività del regista, è un elemento che sottolinea come
la povertà del napoletano diventa stimolo per trovare sempre e comunque una soluzione. Non è una mera
arte di arrangiarsi o solo arte di arrangiarsi. La minestra maritata è infine una pietanza straordinaria che
oggi è diventata simbolo della ricchezza d'inventiva del napoletano. Dalla mancanza nasce il bello, il buono,
ciò che appaga non solo la fame di cibo ma anche la fame di essere riconosciuti. E' come se Franco Cutolo
avesse in mente una sorta di contaminazione, sovrapposizione, integrazione tra i testi, ma in questa
operazione riesce mirabilmente a non svilire l'anima, il messaggio del testo su cui lavora. Anzi lo valorizza.
Abbiamo assistito in questi ultimi anni a interventi su testi classici che erano una vera e propria violenza
perché stravolgevano l'intimità, la struttura, la visione del testo che, magari, aveva mille anni o cinquecento
e aveva resistito ai cambiamenti culturali, politici rimanendo sempre uguale. Nel 900 è invalsa la moda di
modificare il testo, di intervenire su esso in nome di una libertà e di una creatività non meglio definita e
abbiamo assistito a delle vere e proprie turpitudini. Franco Cutolo è intervenuto sul testo ma per
valorizzarne il leit motiv, l'istanza sociale, umana, esistenziale. Nella scena della pizza dove il marito di Sofia
si accorge che la moglie ha perso l'anello, la struttura è completamente modificata anche perché la
trasposizione teatrale da quella cinematografica, non può risultare una copia fotografica. Ma tutto ciò che
viene aggiunto, come i tre giovani che canticchiano e che ricordano Festa di Piedigrotta di Viviani (questa
scena è da attribuire completamente a Franco Cutolo) o viene tolto, valorizza ulteriormente il senso della
storia: la scaltrezza della moglie che riesce comunque a farla in barba ad un marito attentissimo che si
segna tutti gli avventori della bottega. E comunque il giudizio verso la moglie che tradisce il marito senza
provare alcun senso di colpa, è un giudizio benevolo. "E' cos' e niente", sentenzia Ersilio, competente in
"pernacchie", che viene introdotto nell'episodio di Sofia, scelta che dimostra la rottura che il regista
persegue con la versione filmica di de Sica. Ersilio con questa frase ci rimanda al rapporto che il napoletano
ha con la realtà. E' un rapporto che non rinuncia alla superficialità, all'inganno o se volete, al
capovolgimento dei valori. La verità per il napoletano rimane sempre su uno sfondo e là deve rimanere
perché i fanatici della verità sono pericolosi, sono capaci di uccidere, perché solo loro sanno come si separa
il grano dalla zizzania. Sofia suscita simpatia, benevolenza: è una donna che ha trovato la sua uscita di
sicurezza da un matrimonio noioso, privo di attrattiva. In fondo il tradimento viene agognato più per il
batticuore che procura, per l'attesa che per l'atto stesso del tradire. E' questo il senso della storia di Sofia la
pizzaiola che Franco Cutolo ha mirabilmente valorizzato. La storia della prostituta che viene scelta da un
ricco e nobile signore per diventare a sua volta signora e lasciarsi alle spalle una vita miserabile è uno
spaccato di vita della capitale, della sua miseria morale, della rinuncia alla bellezza e alla dignità che infine
viene salvata dalla prostituta medesima in uno scatto di orgoglio, d'intelligenza, di sguardo prospettico,
capace di guardare oltre, di sollevarsi dall'immediato e da un presente decisamente avvilente. Anche qui la
povertà dello spazio a disposizione viene compensata dalla mobilità e ricchezza dei personaggi che riescono
a rendere la situazione rappresentata dalla storia: il calcolo meschino del nobile e l'innocenza della
prostituta. Due mondi a confronto che si incontrano ciascuno nutrendo false aspettative sull'altro. Infine larivolta della povera gente contro il duca verso il quale Eduardo organizza la famosa pernacchia: è una scena
che celebra la difesa della dignità del napoletano, una difesa che va ben oltre la rivendicazione di un diritto
leso. La pernacchia simbolo dell'ironia del napoletano, della sua capacità di proteggere la propri integrità
senza armi, senza ricorrere alla violenza, alla legge. Semplicemente ricorrendo ad un suono più eloquente
di qualunque discorso. E' con la pronuncia dell'altisonante nome del duca che termina "L'Oro di Napoli",
che Franco Cutolo ha rappresentato in un bellissimo teatro di provincia allocato in un quartiere anonimo, in
un paese anonimo, una domenica pomeriggio piovosa, giusto per ricordarci che Napoli e dintorni sono
luogo e spazio di contrasti, di contraddizioni, di ossimori, di eventi incredibili e che comunque si va avanti, si
guarda avanti perché forse nel profondo siamo eternamente innamorati della città "peggiore più bella del
mondo" . Parole di un noto regista napoletano.