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01-09-2017
Il borbonismo e la mitologia di un regno meridionale avanzato succube del Nord
Per un Mezzogiorno sud d'Europa e fulcro del Mediterraneo
di: UMBERTO RANIERI

 

La "storiografia" grillina ha deciso di accanirsi sul Risorgimento. Rappresentanti del Movimento 5 Stelle, nel consiglio regionale pugliese, si scoprono antigaribaldini e chiedono di proclamare "la giornata della memoria per le vittime meridionali del Risorgimento". Un certo Sergio Paglia, dal Senato in cui siede, annuncia che il Risorgimento non è stato altro che un complotto contro il Sud! Adriano Giannola e Mario Martone hanno replicato efficacemente sul Mattino a questo "meridionalismo recriminatorio che veste i panni nostalgici di un improbabile revival borbonico". Una replica convincente alle fantasticherie grilline la si rintraccia nel recentissimo volumetto di Guido Pescosolido che, allo studio del Sud, ha dedicato lavori e ricerche. Egli ricorda che negli anni settanta del secolo scorso, correnti storiografiche critiche verso lo Stato liberale, sostennero che fu quello Stato a creare, a partire dal 1860/61, le condizioni di inferiorità economica e civile del Mezzogiorno rispetto al Nord, riducendo la popolazione meridionale alla miseria e all'emigrazione. Tesi, continua Pescosolido, rilanciata successivamente dalle frange più accese di un neo-borbonismo abbarbicato al mito di primati del tutto immaginari del Mezzogiorno preunitario. Neo-borbonismo di cui si fa oggi alfiere il Movimento 5Stelle che dichiara di preferire all'Italia unita la monarchia che ingannò per due volte il movimento costituzionale napoletano, la monarchia insopportabilmente bigotta di Ferdinando I, di Francesco I e di Ferdinando II.  Altro che nostalgia per il Borbone: considerato ciò cui si era ridotto il regime borbonico l'unità d'Italia rappresentò un deciso salto di qualità. Se il divario tra Nord e Sud nel 1861 era contenuto in termini di produzione e reddito, era forte in tutti gli altri aspetti della vita sociale e civile. Il panorama rurale meridionale si presentava dominato dal latifondo con la intermediazione parassitaria del gabellotto o del massaro,  nel Sud erano del tutto assenti le casse di risparmio popolari che "nella prima metà dell'Ottocento erano state invece il fenomeno più macroscopico dello sviluppo dei sistemi di raccolta del risparmio nell'Italia centro-settentrionale". Il divario maggiore lo si riscontrava nel sistema dei trasporti, poco più di un centinaio di chilometri di strade ferrate, il 6% del Nord. Infine l'alto tasso di analfabetismo "un fattore di squilibrio che avrebbe pesato a lungo sulle sorti economiche del Mezzogiorno". Se così stavano le cose ha ragione Galasso quando scrive che "la nazionalità italiana rappresentava essa stessa un valore storico di eccezionale portata, significava una partecipazione più ampia, di più alto livello all'Europa, alla vita moderna, alle lotte per il progresso e la libertà". Subito dopo l'unità la nuova classe dirigente italiana  fu costretta a prendere atto che se lo Stato era uno, le Italie erano molte e che la differenza che spiccava su tutte le altre era quella rappresentata dalla condizione di arretratezza in cui versava una gran parte dell'Italia meridionale. Il riconoscimento di questo divario, scrive Franco Cassano, coinciderà con la nascita della questione meridionale. Nel nuovo Stato il Mezzogiorno entrava come una ferita aperta che la classe dirigente avrebbe dovuto curare per realizzare l'unificazione reale del paese. Lungo, appassionato, aspro sarà il confronto sulle cause del divario e sulle possibili terapie. Lo alimenterà, ricorda Galasso, una parte delle stesse forze risorgimentali passate all'opposizione all'indomani del 1860: mazziniani, garibaldini, repubblicani, socialisti. La discussione sul rapporto tra Mezzogiorno e unità nazionale non verrà mai meno. Interrogarsi sulle ragioni per cui il liberalismo moderato ebbe la prevalenza nei momenti cruciali del moto unitario è ancora oggi materia di studi e confronti.  Nessuno può volere rimozioni o censure a favore di una rappresentazione acritica o addirittura agiografica del processo che condusse all'unità d'Italia. Né si può smarrire la memoria del brigantaggio. Si rifletta su quanto sostiene Pescosolido: influirono a determinarlo fattori politici e sociali legati a tempi e modi dell'inserimento del Sud nella compagine unitaria e tuttavia più che ribellione aperta contro il nuovo ordine nazionale esso assunse i caratteri di una guerra civile tra meridionali, i cafoni contro i galantuomini, la nuova borghesia agraria e delle professioni che si era appropriata della maggiore e migliore parte delle terre demaniali. La ricerca storica continua. La discussione deve proseguire. Essa va condotta tuttavia senza esercizi di nostalgismo meridional-borbonico, senza ricondurre ai vizi d'origine della nostra unificazione statuale le difficoltà successive dell'Italia unita. Va condotta guidati da spirito critico e insieme dalla consapevolezza storica dell'indiscutibile avanzamento che la nascita dello Stato unitario ha consentito all'Italia e al Mezzogiorno. Sarebbe una sciocchezza non rilevare i cambiamenti che si sono prodotti nelle regioni meridionali in particolar modo nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, quando, con la Repubblica e la Costituzione, una nuova fase di crescita politica ed economica dell'Italia unita si produsse. La riforma agraria, la Cassa del Mezzogiorno, l'intervento straordinario: dal dopoguerra fino alla prima metà degli anni settanta lo Stato nazionale ebbe un ruolo attivo nel sostegno allo sviluppo economico del Sud. Un periodo in cui forte fu la convinzione di poter ridurre se non annullare il divario. Con il passare degli anni, malgrado massicci investimenti, i termini di quell'antico divario, pur mutando di natura,permarranno. Cosa fare oggi, nel tempo della globalizzazione dell'economia? Occorre recuperare la dimensione mediterranea del Sud. La dimensione che fornisce al Mezzogiorno un vantaggio competitivo: la posizione privilegiata nel rapporto con i paesi della riva sud del Mediterraneo. Non è velleitario pensare al Mezzogiorno, malgrado le difficoltà e le asprezze che solcano quel mare, come la piattaforma dell'Europa in un Mediterraneo che, anche con il raddoppio di Suez,  ritrova nuova centralità negli scambi internazionali. Questo l'orizzonte cui tendere: la questione meridionale come questione euro-mediterranea. Certo, non  si potrà risolvere con un colpo di bacchetta magica la problematica di un dualismo che viene da lontano. In questo Mezzogiorno operano tuttavia delle tendenze positive da salvaguardare e irrobustire: negli ultimi due anni il Sud è cresciuto più del Nord, energie imprenditoriali sane si sono messe in moto, le università e i centri di ricerca hanno prodotto risultati di eccellenza. L'aggressività della criminalità non è diminuita ma ci sono le forze per arginarla. Sarebbe irragionevole nascondersi le difficoltà. Il percorso è impervio e gli ostacoli sono veri e propri macigni. Su un punto non si può demordere. La sfida al dualismo deve tornare ad essere un elemento centrale del progetto politico di chi governa e di chi è alla opposizione. La migliore classe dirigente italiana, socialista, cattolica, liberaldemocratica, nel dopoguerra e per alcuni decenni, fondava la propria azione politica, al di là delle diverse origini culturali e politiche, sul principio che la vera unità dell'Italia sarebbe nata dal superamento del dualismo. Una lezione da non smarrire.