fuoricentroscampia.it
 
  in rete senza rete  
   
idee & opinioni
tutti gli articoli "idee & opinioni" »
ricerca in fuoricentro >>

5-5-2018
“LA CASA NELLA PINETA”
Recensione del nuovo libro di Pietro Ichino
di: Olimpia Ammendola

E' difficile non ritrovare in questo testo di Pietro Ichino "LA CASA NELLA
PINETA" gli interrogativi di una generazione, la generazione del dopoguerra, vissuta
tra l'espansione economica, la certezza di un futuro migliore e il dover toccare con
mano quanto di fallace vi era in quella visione delle magnifiche sorti e progressive;
quante insidie in una società che, uscita dalla miseria, aveva imbroccato la strada
dello sviluppo e quanto in quello sviluppo, si perdeva in termini di collante sociale, di iferimenti valoriali.
In un quadro di veloce evoluzione, la famiglia Ichino è un simbolo di unione, di
amore, di sobrietà, di parsimonia, una famiglia che ha una stella polare salda e
incrollabile: cambiare il mondo richiede innanzitutto cambiare il nostro modo di
guardare il mondo. Un convincimento che stride fortemente con chi affermava che il ondo andava trasformato e non interpretato, un convincimento che ha prodotto
infelicità se non addirittura causato tragedie. Avere la consapevolezza che la nostra
vita non è determinata dall'esperienza ma dal nostro modo di interpretarla, ci rende
responsabili e attori della nostra esistenza. Ritenere il contrario ci rende succubi delle lterne vicende della vita e alla mercè degli eventi.
Il protagonista di questo romanzo non è Pietro Ichino, ma una casa costruita in una
pineta, un luogo dove il mondo della vita scorre e dove gli affetti, le idee, le vicende i intrecciano in una sinfonia di intenti che, a monte, gode di una incrollabile
certezza: in ogni accadimento , il più nefasto, se cerchi il bene lo trovi. E' questa fede he rende forti i componenti di questa famiglia. Non è la retorica del bicchiere mezzo ieno o il luogo comune che ritiene che nella vita vi sono aspetti positivi e negativi, uasi a voler vedere una simmetria tra il bene e il male, ma è il modo in cui ci oniamo di fronte al male che fa la differenza. Come pure il comprendere che
l'alternanza tra le stagioni non è un diritto: ringraziare per il dono che riceviamo ogni iorno, modifica il nostro modo di rapportarci verso la vita. In un'epoca in cui la
rabbia e il rancore sono i motori immobili dell'agire sociale e delle scelte di gruppi
politici che vivono di rendita sulla frustrazione di tanta gente, leggere questo libro è
una sorta di terapia e un invito all'etica della responsabilità. La famiglia Ichino è una famiglia agiata, borghese e finalmente, questo aggettivo viene pronunciato senza sensi di colpa. Essi infatti, non si sentono i nemici della classe operaia, non si sentono  padroni. Anzi, Pietro Ichino rinuncia ad assecondare il desiderio del padre che lo orrebbe nel suo studio. Egli vuole mettere in gioco le sue capacità senza protezione  così inizia il suo rapporto con la Fiom, con la cgil per scoprire ben presto l'ipocrisia, l'arretratezza del sindacato più importante d'Europa il cui scopo è quello di far permanere l'operaio in stato di soggezione, uno stato in cui il sindacato deve sempre fungere da protettore e il lavoratore costretto a chiedere la tutela.
Da sottolineare il rapporto con la differenza di genere: da un lato la matrice cattolica portatrice di una visione maschilista, dall'altro l'anticonformismo di Francesca, madre di Pietro Ichino, anticonformismo derivante dalla cultura ebraica. Questointreccio tra cattolicesimo, ebraismo e appartenenza politica alla sinistra è
estremamente interessante: è un intreccio che alla fine risulta essere un antidoto
all'ideologismo, alla cultura della riserva indiana, alla faziosità e al bisogno
dell'appartenenza a prescindere. La questione identitaria, più volte leit motiv di questi anni che ha spaccato, disgregato la sinistra, non tocca chi ha una forte identità culturale, un vissuto esperienziale, la cui unica pregiudiziale è l'onestà intellettuale e del sentimento.
In un'epoca di analfabetismo dei sentimenti, di anaffettività e di assenza di risonanza
emotiva, la vicenda privata e pubblica di Ichino e della sua famiglia, risulta
decisamente controcorrente. La relazione pubblico /privato, anch'essa risulta
dissonante con la generale atmosfera di offuscamento dei confini tra le due sfere.
L'autore narra della sua intimità: eppure non risulta fastidiosa, esibizionistica,
narcisistica. Si avverte la delicatezza e la pudicizia in questo fare riferimento ad
aspetti estremamente riservati. In un'epoca in cui non c'è distinzione tra sincerità e
spudoratezza, il racconto di Ichino rimarca la sua valenza pedagogica. Come pure
l'essere permeato tutto il testo da una sorta di religiosità laica. La forza che sprigiona
dalle pagine di esso quando narra delle feste, delle regole non scritte che
presiedevano ad esse e che garantivano quella sintonia con il prossimo che ha a
fondamento una regola chiara e semplice, sintesi di tutta la filosofia degli Ichino, dei
Pellizzi e dei Pontecorvo: l'avere ciò che si è donato. Ma dove si avverte un forte
capovolgimento dei valori della sinistra soprattutto di quella estremista è nella
relazione con don Milani, amico di Carla, figlia di Iole Pontecorvo. Don Milani farà
poi la scelta di entrare nel seminario a Firenze per seguire la sua vocazione. Pietro
Ichino, che sarà poi il pierino della lettera alla professoressa, simbolo dei bambini
avvantaggiati dallo status sociale, si sentirà inferiore ai ragazzi di barbiana. Questo è
il capovolgimento che opererà don Milani, capovolgimento che può avvenire solo se
si crede nella forza della cultura, l'unica che può sconfiggere lo svantaggio sociale. I
ragazzi di Barbiana sono portatori di una cultura lontana da Pietro/Pierino, il quale si
vorrebbe sentire uno di loro ma sente tutto il peso della sua appartenenza sociale ed
economica. Sicuramente la radicalità del comunismo di don Milani, un comunismo
vissuto soprattutto come imperativo etico ha inciso sulla formazione di Pietro Ichino,
costituendo una sorta di imprinting che lo accompagnerà per tutta la vita e costituirà
la barra del suo impegno politico e della sua militanza. Sarà questa struttura morale
che gli darà la forza per superare l'isolamento a cui viene tacitamente e
subdolamente condannato quando proverà a contestare l'idea che i diritti dei
lavoratori non possono essere confusi con gli abusi, e che questa confusione
costituisce alla lunga un danno all'intera classe lavoratrice. Purtroppo la miopia dei
dirigenti sindacali sarà tale che, anche se qualcuno condivide il punto di vista di
Ichino, non può manifestarlo apertamente. Quando oggi constatiamo con sgomento
la fine della stagione del nostro amore, ci chiediamo come sia potuto accadere che
due strutture (la cgil e il pci) che non temevano rivali, si siano condannate alla
residualità. Ebbene questo libro chiarisce molte cose e fa capire come certe
degenerazioni sono cominciate molto tempo fa, negli anni 70, 80 quando abbiamoconfuso disciplina e obbedienza, unità e annullamento delle differenze, eguaglianza e
appiattimento . ma quello che ha condannato la sinistra ad essere una forza residuale
è stato il suo ritenersi superiore, diversa, portatrice di una missione storica di
salvezza. A ben vedere una visione per nulla laica della politica e della funzione di un
partito e di un sindacato. Una visione che ha prodotto le stragi degli anni di piombo
che tanti, colpevolmente definivano azioni di compagni che sbagliavano. Il libro di
Ichino getta una luce sulla generazione che ha vissuto le speranze e il disincanto del
secondo novecento, ma è una luce non abbagliante, è piuttosto del meriggio, quasi
umbratile. Una luce somigliante forse, a quella che si intravvede tra i pini, velata,
come deve essere la verità che, se è profonda, autentica e consapevole della sua
provvisorietà, non può non risiedere nella penombra.