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Periferia, Democrazia, Globalizzazione
 
Il testo che segue ha introdotto il dibattito svoltosi a Galassia Gutenberg, il 16 febbraio 2002, su “Periferia, Democrazia, Globalizzazione” con relazioni di: padre Domenico Pizzuti, sociologo; prof. Gianfranco Borrelli, docente di Storia delle Dottrine Politiche presso la Facoltà di Filosofia della Federico II di Napoli; on. Umberto Ranieri del Gruppo Ds della Camera dei Deputati, vicepresidente della Commissione Esteri della Camera.
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Quello che ci proponiamo è di indagare come si intersecano tra loro questi tre concetti, e se è possibile stabilire una intersezione feconda tra di loro o se queste tre parole siano destinate a confliggere senza trovare sintesi o equilibrio.
Per parte nostra posso dire che lo stesso periodico on line "Fuoricentroscampia" nasce da una riflessione su queste tre parole e si propone di fornire uno strumento e uno spazio di effettiva e concreta articolazione di esse.
Ma credo che sia necessario partire da una premessa:
la realtà territoriale nella quale viviamo, Scampia, mostra, talvolta drammaticamente, un problema di difficoltà nei rapporti sociali tra i cittadini, nella tessitura di una rete di relazioni sociali.
Scampia infatti, seppure sin dalle sue origini sia un insediamento umano dalle cospicue dimensioni, stenta a costituirsi in "società, a "farsi società", mancando anche dei minimi, tipici tratti che caratterizzano un agglomerato cittadino. Scampia è insomma un quartiere residenziale in cui già l' impianto urbanistico, e l'organizzazione degli spazi, non facilitano, anzi ostacolano, le relazioni sociali.
Nel tentativo di correggere questa impostazione, è in corso un Piano di riqualificazione del territorio che, a detta degli stessi tecnici, costituisce l'intervento urbanistico più impegnativo in corso in questo momento in Europa, per estensione territoriale e per coinvolgimento di numero di abitanti.
Ma, indipendentemente dagli errori specifici di progettazione urbanistica del nostro quartiere, e indipendentemente dagli esiti, ci auguriamo positivi, che avrà il Piano di riqualificazione in atto, noi pensiamo - ed è questo un primo punto di discussione con i nostri ospiti- che questa difficoltà del "farsi società" di un agglomerato umano non sia una condizione esclusiva di Scampia, e neanche pensiamo che sia una condizione esclusiva di tutte le periferie urbane, ma sia una difficoltà di carattere generale, con tratti epocali, a cui è pervenuta la civiltà umana.
Siamo in presenza cioè di un reale offuscamento e di un conseguente possibile declino della spinta che fu alla base della nascita dei Comuni in Italia e in Europa a partire dal XIV secolo.
Non è più scontato che la città sia luogo di civilizzazione, di emancipazione.
Anzi la città, luogo di libertà, assume un segno negativo, diventa l'obiettivo primario da colpire - come nel caso dell'11 settembre a New York - non solo nel senso di obiettivo strategico militare per fiaccare il nemico, ma luogo stesso del negativo.
La prospettiva indicata, per la prima volta nell'antichità, dal filosofo Aristotele, "l'uomo è un essere politico fatto per vivere in città", non è più, insomma, un ancoraggio sicuro, un presupposto certo per ogni ragionamento intorno alla convivenza tra gli uomini.
Questa crisi ha origine, per la verità, già nel passaggio, in epoca moderna, da città a metropoli, nel processo grazie al quale la città, da "forma di convivenza", si è trasformata in luogo spersonalizzato in cui si organizza e si progetta il controllo politico complessivo dello sviluppo e in cui la folla si è sostituita ai soggetti e il puro gioco astratto del denaro si è sostituito alle relazioni sociali.
La novità consiste nel fatto che ora le stesse caratteristiche originarie della metropoli sono entrate in crisi per effetto della globalizzazione, cioè di una ulteriore astrazione e delocalizzazione dei meccanismi di decisione politica ed economica.
Tra l'altro, i processi di globalizzazione in corso, avvalendosi dell'impiego dei mezzi telematici, accentuano la sensazione di una perdita di identità riconducibile anche questa alla scomposizione delle tradizionali forme di comunicazione, di socialità, di sapere e di costumi. Siamo insomma in un nuovo scenario in cui sembra che la relazione umana, quella che animava i centri cittadini, sia definitivamente soppiantata dalla comunicazione elettronica a distanza che si avvierebbe a svuotare ulteriormente di senso la città.
Da questo scenario derivano alcune altre domande che poniamo al centro della discussione e che costituiscono per noi di Fuoricentroscampia una occasione di verifica:
è possibile che l'impiego delle nuove tecnologie sia occasione per tessere e favorire relazioni umane? E quali saranno le forme di questo processo, si affiancheranno a quelle tradizionali o le sostituiranno? e, quindi, è possibile utilizzare le nuove tecnologie per sconfiggere quel "deficit di società" di cui parlavo prima e utilizzarle a favore del "farsi società" dell'intero sistema planetario delle relazioni umane?
Il superamento della tradizionale distinzione tra centro e periferia che i processi di globalizzazione stanno producendo è destinata a procurare solo spaesamento, nuove forme servili, o siamo di fronte alla possibilità di un ulteriore salto emancipatorio?
E' bene precisare, a questo punto, che da parte sua Fuoricentroscampia è nata per concorrere con associazioni, sindacati, forze politiche, parrocchie del territorio alla realizzazione - e qui prendo in prestito un'espressione cara al filosofo Habermas - di uno "spazio di vita pubblica". Il nostro problema non è quello di scavalcare il periferico, il locale, ma di globalizzare la periferia, cioè di assumere, localmente, le potenzialità della globalizzazione.
Tuttavia, non ci nascondiamo che i processi di globalizzazione hanno visto sin qui ristretti gruppi economici avvantaggiarsi delle moderne tecnologie per una accumulazione di ricchezze, sfuggendo ad ogni controllo e ad ogni tradizionale mediazione interstatuale.
E qui siamo all'ultima delle tre parole del nostro incontro: la democrazia.
Dall'esperienza del secolo che è alle nostre spalle, traiamo la convinzione che la libertà non esiste senza il mercato e che chi ha preteso, nel corso del novecento, di slegare libertà e mercato è andato incontro alla catastrofe politica ed economica.
Di contro, risulta sempre più evidente che il mercato non può costituire l'unico intermediario per la distribuzione di ricchezza, per l'allocazione dei beni prodotti.
Nella dimensione storica che stiamo vivendo, nella quale il mercato è soprattutto flusso di merci e capitali su scala mondiale, ci sembra che globalizzazione e democrazia sono destinate a camminare insieme.
La globalizzazione, insieme alla mole di problemi che solleva, promuove però, di fatto, una domanda di democrazia.
Tuttavia, se da un lato, siamo in presenza del più elevato grado di universalizzazione della democrazia e del suo valore che storicamente abbiamo mai conosciuto, dall'altro siamo in presenza di un insieme di problemi di non facile soluzione e dai quali dipendono gli assetti futuri, economici, politici e culturali del pianeta.
Di fronte a questo, tra l'altro, ci chiediamo: sono in grado gli Stati Nazionali di dare risposta alla crescente domanda di partecipazione che a livello mondiale avanza e si coniuga con istanze di sviluppo sostenibile equo e solidale a livello planetario?
I molteplici tavoli di decisione internazionale che attualmente sono in funzione a livello mondiale e che vedono protagonisti solo gli Stati più avanzati non difettano in legittimità?
Quali possono essere gli strumenti politici e istituzionali internazionali idonei a garantire, in un quadro di legittimità, l'attivazione di politiche di sviluppo planetario più largamente condivise?


Ernesto Mostardi
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Metropolis . George Grosz (1916)