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13/08/2018
"La sinistra morta"?
Riflessione a seguito di un contributo di Umberto Minopoli
di: Ernesto Mostardi

 

Mi capita spesso, ormai da tempo, di condividere i contributi di Umberto Minopoli che sicuramente si colloca tra i pochi, in questa  fase, che provano a stimolare l'asfittica discussione pubblica che i tempi, invece, richiederebbero ben vispa. Questo suo ultimo scritto,  però, che linko dal sito Formiche.it, non mi convince del tutto in alcuni punti.

Innanzitutto non credo che la sinistra sia morta. Essa ha traslocato.  Dai partiti storici, si è trasferita, non solo in Italia, sotto le  bandiere di movimenti antisistemici. Movimenti che inglobano elementi  delle vecchie piattaforme socialiste e comuniste. Mischiandoli a  elementi nuovi, richiamati anche da Minopoli, secondo uno schema e una  metodologia che la preziosa nostra storia nazionale - che pur bisogna  ogni tanto consultare - ci consente di comprendere meglio di tanti  altri concittadini europei e che ci consiglia di denominare  Diciannovismo.

La sinistra è morta, come dice Minopoli? No, è purtroppo viva ed è al governo del nostro Paese in una alleanza che non è per niente spuria  ma del tutto compatibile. Il riferimento storico appena richiamato  serve giusto a far comprendere che non siamo in presenza di un  semplice accordo tra "guagliuni" desiderosi di un giro di giostra al governo ma di qualcosa di più organico e profondo: una sintesi tra visione statalista, assistenziale ed autoritaria e un sostanziale  liberismo  Con questo non intendo suggerire una loro invincibilità. In proposito,  la Storia nuovamente ci incoraggia. Tentativi di riportare l'Europa a prima del Settecento e a culture oscurantiste del Medioevo le abbiamo  avute ripetutamente, sin dai primi decenni dell'Ottocento (nascita della Destra storica e Congresso di Vienna). E si sono ripetuti  continuamente sia durante il XIX secolo che durante il XX secolo. Ma  nessuno di questi tentativi, talvolta colpevoli anche di immani  tragedie, è riuscito nel suo intento. I condizionamenti che ne sono  venuti sono durati brevi periodi. Poi la Storia ha ripreso il suo  corso. Nonostante il fragore di ricorrenti trombe dell'apocalisse  l'alleanza tra scienza e tecnica, con tutti i suoi limiti, ha  continuato a produrre risultati benefici per tutti e in quasi in ogni  angolo del pianeta. Sarà ancora così? E perché no? Perché mai questa  sinistra e la destra sua alleata dovrebbero avere la meglio? Nessun determinismo. In nessun senso di marcia. Il punto è che questa  sinistra va sconfitta. Senza nostalgie e tentennamenti. Ma per  sconfiggerla bisogna saper riconoscere che è viva e si nutre di alcune  profonde radici che sono state in parte anche di molti di noi.

Il secondo punto che non condivido dello scritto di Minopoli riguarda  la ricostruzione storica sulla mancata evoluzione del PCI in una forza socialdemocratica, evoluzione auspicata dalla componente migliorista di quel partito. Sicuramente, come dice Minopoli, la responsabilità di  questo limite  è riconducibile a Enrico Berlinguer che, pur avendo  avviato un percorso di emancipazione del partito dall'URSS e avendo  accolto la democrazia come  un valore irrinunciabile e  posto il  problema cruciale che non c'è democrazia senza alternanza, non ha  saputo andare oltre e ha spinto il PCI in una prospettiva  autoreferenziale, di antisviluppo e di moralismo senza riforme,  divenuto in seguito mero giustizialismo.

Il problema nella analisi di Umberto riguarda il dopo Berlinguer. Lui  attribuisce nuovamente a tutti i segretari che si sono succeduti gli stessi difetti senza tener conto del fatto che, nel mezzo, abbiamo avuto la caduta del muro di Berlino. L' acume di Minopoli, a questo punto, ha difficoltà a considerare che quell'evento storico non ha  tirato giù solo l'esperienza del cosiddetto comunismo reale, ma anche  le esperienze socialiste e socialdemocratiche europee, come spiego un  po' più avanti. Dopo la caduta del Muro, l'evoluzione dei comunisti italiani in senso socialdemocratico è ormai fuori tempo massimo. I  comunisti italiani non possono fare altro che provare a promuovere un  nuovo orizzonte politico. Occhetto e Veltroni con le loro intrinseche debolezze ci provano. Con risultati approssimativi e senza affrontare  i problemi in modo chiaro. Tuttavia, con i loro limiti, avviano un pezzo non trascurabile della società italiana in questa direzione.

Chiarisco il punto della crisi delle esperienze socialiste e  socialdemocratiche europee. Ritengo che queste, come le società a  comunismo reale, vengano messe in crisi dalla globalizzazione. L'affacciarsi sulla scena mondiale di nuovi soggetti statuali in campo economico, come Cina e India, la diffusione delle nuove tecnologie di comunicazione e circolazione di capitali, sul finire degli anni Ottanta mette in crisi tutto il sistema economico, sociale, politico,  che si era venuto costruendo in Europa, sia ad Ovest che ad Est, dal  secondo dopoguerra in poi. Un contesto che si nutriva di un una divisione internazionale del lavoro, di un sistema mondiale di approvvigionamento energetico e di materie prime, di scambi commerciali e di un sostanziale controllo politico mondiale di tutto  questo. In ciò è il cuore della grande contraddizione del socialismo  storico, ideologia europea, è sempre bene ricordarsene, che ha  promosso e diffuso nella classe operaia ideali di eguaglianza in un sistema economico basato su una suddivisione mondiale impari di  materie prime ed energetiche, un sistema che la globalizzazione ha  messo in discussione.

Agli inizi degli anni Novanta del Novecento, quindi, il tempo storico  per le famiglie del Socialismo era ormai scaduto. Ad intuirlo, in  Italia, furono solo Arturo Parisi, Romano Prodi e pochi altri che cominciarono a guardare al mondo anglosassone con occhi diversi. Dalle  antiche famiglie politiche chi più si avvicinò a cogliere il nuovo momento storico furono Claudio Martelli e Achille Occhetto e Walter Veltroni. Ma nessuno di loro fu in grado di dare una nuova prospettiva  e un nuovo respiro alle forze politiche italiane.

Dagli anni Novanta ad oggi, il problema è rimasto aperto, al centro  dell'agenda politica delle forze progressiste del nostro Paese resta  il tema di come oltrepassare le tradizioni del socialismo. Tutte, nessuna esclusa.

Certo non siamo sempre allo stesso punto. Per fortuna alla storia si è  affacciato Renzi. L'unico leader che ha spinto i democratici oltre il tradizionale recinto. Questo dato ormai incancellabile fa sì che, nonostante la sconfitta da lui subita, le forze democratiche difficilmente potranno tornare indietro. Anche perché, a dire il vero, non si vede in giro nessun de Maistre, ma solo "guagliuni" che  scalpitano e qualche vegliardo che continua a rivangare i bei tempi  andati.

P.s.: stimo tanto Umberto Minopoli e in forza di questo sentimento lo  invito a non mettere più nello stesso calderone Occhetto, Veltroni e D'Alema. Mi permetto di ricordargli che la storia esige decenza e  rispetto delle persone.