Apre From Asia to the World.

Apre From Asia to the World. Il progetto espositivo che si propone di indagare il rapporto tra l’energia creativa dell’arte contemporanea asiatica e il resto del mondo

Dal 4 giugno 2011,  a cura di victoria lu, renzo di renzo e felix schöber | abbazia di san gregorio,dorsoduro e palazzo mangilli- valmarana,cannaregio. Venezia

Future Pass – From Asia to the World
Evento Collaterale

54. Esposizione Internazionale d’Arte – la Biennale di Venezia

Oltre 100 artisti, asiatici e non, offrono una panoramica caleidoscopica sulla nuova estetica che attualmente sta proliferando dall’Asia al resto del mondo. Attraverso la contaminazione di generi e discipline della cultura digitale del XXI secolo, gli artisti che operano in questa nuova estetica eclettica stanno generando nuovi tipi di relazioni con il mondo globalizzato, offrendo a tutti noi un possibile accesso al Futuro.

“Future Pass” si propone di indagare il rapporto tra l’energia creativa dell’arte contemporanea asiatica e il resto del mondo, rispondendo implicitamente al tema della 54. Esposizione Internazionale d’Arte, presentando non solo una “nazione” artistica che travalica i confini nazionali, ma anche un nuovo mondo artistico centrato in Asia.
Curata secondo una prospettiva asiatica, questa mostra pone l’attenzione sui diversi valori che possono essere riconosciuti all’arte contemporanea. L’installazione privilegia una visione caleidoscopica che si distacca dalla tipica concezione di “scatola bianca” del museo. Questa esperienza a tutto tondo parla direttamente alle abitudini visive della nostra era digitale, soprattutto al nostro rapporto con lo schermo del computer.
La mostra è articolata in una serie di dicotomie, a partire da quella primordiale e fondante dell’antica filosofia cinese dello Yin e Yang. Yin e Yang sono opposti ma complementari e interdipendenti, hanno origine reciproca. L’uno non può esistere senza l’altro ed entrambi possono trasformarsi nel proprio opposto. La stessa legge sembra presiedere le altre opposizioni, che costituiscono le tematiche attorno a cui è strutturata “Future Pass”: Oriente/ Occidente, Passato/Futuro, Yin/Yang, Universo/Individuo (situate all’Abbazia di San Gregorio), Virtuale/Reale e Cosplay (in mostra presso il Palazzo Mangilli-Valmarana). Tali concetti altro non sono se non dicotomie solo apparenti, che trovano la loro soluzione all’interno di una stessa opera d’arte. In fondo il vero tema della mostra “Future Pass” è quello dell’incontro di culture, tempi e personalità diverse e non poteva quindi trovare che a Venezia – città cosmopolita ed apolide – il luogo ideale.
Suddivisa in due sedi, la mostra sarà una collettiva di 106 tra artisti e gruppi artistici provenienti da ogni parte del mondo, alcuni già affermati e riconosciuti internazionalmente e altri più giovani ed emergenti. Tra i protagonisti della mostra: Wim Delvoye (Belgio); Xu Bing, Zhang, Xiaogang e Yang Na (Cina); Dieter Jung e Rolf A. Kluenter (Germania); Thukral e Tagra e Janice Devali (India); Ay Tjoe e Indieguerillas (Miko e Santi) (Indonesia); Simone Legno, aka Tokidoki (Italia); Yayoi Kusama, Takashi Murakami e Yoshitomo Nara (Giappone); Lee Dongi e SEO (Korea); Shahzia Sikander (Pakistan); Grimanesa Amoros (Perù); Phunk Studio (Singapore); Yang Maolin (Taiwan); Natee Utarit (Tailandia) e Gary Baseman (USA). Le loro opere utilizzano le tecniche più diverse – tele, installazioni interattive, video, sculture, live performance e body art – per rovesciare e confondere ogni più rigida classificazione.
“Future Pass” è anche un confronto dinamico con il passato: le opere d’arte contemporanea interagiscono infatti con gli ambienti classici e storici in cui sono inserite – la trecentesca Abbazia di San Gregorio e il settecentesco Palazzo Mangilli-Valmarana, entrambe sedi della Fondazione Claudio Buziol -, offrendo nuove possibilità di interpretazione del passato e del futuro, creando così un cortocircuito di senso.
Durante la sera dell’inaugurazione si terrà un evento dedicato al cosplay, con la partecipazione della nota cosplayer italiana Giorgia Vecchini. Questa combinazione di costume e gioco cerca di fondere il virtuale con il reale, le persone immaginarie create nel mondo dei videogiochi con il mondo fisico del qui e ora, lo spazio della mostra con i corpi dei performer.
Dopo la 54. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, “Future Pass” sarà allestita presso il Wereldmuseum di Rotterdam a dicembre 2011 e presso il National Taiwan Museum of Fine Arts di Taichung e il Today Art Museum di Pechino nel 2012.

Lista degli Artisti

Oriente/Occidente: Takashi Murakami, Yuan Zai, Fang Lijun, Shinjiro Okamoto, Son Dong Hyun, Ye Yongqing, SEO, Liu Dan, Xu Lei, Hong Ling, Lee Sea-Hyun, Sang Huoyao, Yang Maolin, Lee Dongi, Kaikai Kiki (Aya Takano, Chiho Aoshima, Mr., ob e TEAMLAB/Toshiyuki Inoko), Qiu Anxiong, Chinese Cubes (Rex How, Huang Hsin-Chien, Akibo) & Vicky Liang;

Passato/Futuro: Zhang Xiaogang, Liu Jianhua, Zhan Wang, Shahzia Sikander, Thukral e Tagra (Jitten Thukral e Sumir Tagra), Wang Mai, Huang Zhiyang, Zhang Kai, Leonard Porter, Qiu Jie, Li Hui;

Yin/Yang: Yayoi Kusama, Xiang Jing, Yoko Toda, Mika Ninagawa, Rolf A. Kluenter, Yang Na, Joyce Ho & Craig Quintero, Mu Lei, Janice Devali, Ouyang Chun, Qu Yi;

Universo/Individuo: Xu Bing, Wim Delvoye, Yoshitomo Nara, Grimanesa Amoros, Dieter Jung, Miao Xiaochun, Yang Fudong, Wolf Kahlen, Liu Ye, Phunk Studio (Alvin Tan, Melvin Chee, Jackson Tan & William Chan), Ay Tjoe, Jimmy, Yin Zhaoyang, Mao Xuhui, Kwon Kisoo, Chang Chia-Ying, Wang Fenghua, Sun Xun, Yuan Shun, Cao Fei, Cai Xiaosong, Zhao Guanghui, Shy Gong.

Virtuale/Reale: Ward Walrath Kimball, Andre Saraiva, Gary Baseman, monochrom (Johannes Grenzfurtner e altri), Hye Rim Lee, Indieguerillas (Miko e Santi), Tomoko Nagai, David Chan, Sang-Ah Choi, Chiharu Nishizawa, Lelya Borisenko, Angelo Volpe, Nathaniel Lord, Mapi Gil, Hiroyuki Matsuura, Rieko Sakurai, Eddie Kang, Simone Legno (aka Tokidoki), Anna Galtarossa, Han Hoogerbrugge, Michele Bazzana, Olivier Pauwels, Nicole Knauer, Inbal Shved, Aldo Lanzini, Pan Dehai, A Shin (Chen Shih-Hung), No2Good (Chen Po-Liang), Chen Zhiguang, KEA (Tsai Meng-Ta), Natee Utarit, Jiang Heng, Wu Rigen, Han Yajuan, Tang Maohong, Hsu Tangwei, Wen San Su, Emanuele Sferruzza Moszkowicz; Animamix.Net: (Chen Fei/ Luo Hui, Ye Funa, Tao Na, Lu Tingting, Lin Chin-Hung, Gao Xiaowu, Luo Dan, Xu Jia, Luo Zhenhong, Sun Dongxu, He Zubin, Rae Chou, Wow Bravo & Funky Rap, Stephany Hsiao, Chen Zongguang, Fu Kailai, Tess Lin, Victor Xu Weina, Yan Shilin, Chen Hongzhu, Pink Hsu, Wu Dinglong, Zhou Xin, Xu Qin, Peng Yun, Ma Chunfu, Connie Chang, Leland Lee, Wu Chang Jung);

Cosplay: Kristy Chu Cha-Ray, Ye Yili, Jonathan Anderson e Edwin Low, Demis Albertacci, Giorgia Vecchini.
Programma Giorni Vernice
Mercoledì 1 giugno ore 10 – 18 Preview (VIP passes), stampa accreditata
Giovedì 2 giugno ore 10 Conferenza Stampa, Abbazia di San Gregorio, stampa accreditata
ore 11 – 18 Preview, stampa accreditata
ore 18 Inaugurazione Abbazia di San Gregorio
ore 18.30 Evento Cosplay, Abbazia di San Gregorio
ore 18 – 20.30 Apertura Palazzo Mangilli-Valmarana
ore 18 – 22 Apertura Abbazia di San Gregorio
Ingresso solo su invito
Venerdì 3 giugno – ore 10 – 20 Preview (VIP passes), stampa accreditata
Sabato 4 giugno ore 10 – 19 Apertura al Pubblico
ore 16.30 Symposium, Abbazia di San Gregorio,
aperto al pubblico
Future Pass – From Asia to the World


Mostra Future Pass
Evento Collaterale – 54. Esposizione Internazionale d’Arte
A cura di Victoria Lu, Renzo di Renzo e Felix Schöber
ILLUMInazioni – ILLUMInations
Dal 4 giugno al 6 novembre 2011
Abbazia di San Gregorio
Dorsoduro 172 – 30123 Venezia

Palazzo Mangilli-Valmarana
Cannaregio 4392 – 30121 Venezia

Orari: 4 – 12 giugno, ore 10 – 19
14 giugno – 6 novembre, ore 10 – 18
Orario prolungato sabato 18 giugno, ore 10 – 24, in occasione dell’evento “Art Night Venezia”
Chiusura lunedì, eccetto lunedì 6 giugno e 15 agosto

Istituzioni Organizzatrici
UNEEC Culture and Education Foundation (Taipei) http://foundation.uneec.com
Today Art Museum (Pechino) www.todayartmuseum.com
Wereldmuseum (Rotterdam) www.wereldmuseum.nl
National Taiwan Museum of Fine Arts (Taichung)
www.ntmofa.gov.twwww.fondazioneclaudiobuziol.org
in collaborazione con Fondazione Claudio Buziol (Venezia)
www.fondazioneclaudiobuziol.org
Ufficio Stampa “Future Pass”

Italia: Federica Pezzato
futurepass@fondazioneclaudiobuziol.org
Palazzo Mangilli-Valmarana
Cannaregio 4392 – 30121 Venezia
+39.041.5237467
Cina: Justine Huang – justine.futurepass@gmail.com
Giappone: Reiko Iida – rieiidkao@yahoo.co.jp

“Wenzhou, la patria dei cinesi d’Italia”del fotoreporter Alessandro Lisci a cura di Angela Camuso

L’unico reportage fotografico sulla città dalla quale provengono il 90% dei cinesi residenti in Italia ricco con :

Scheda Tecnica:

WENZHOU. Una megalopoli di 7 milioni di abitanti, un cantiere a cielo aperto. Da Wenzhou, regione cinese dello Zhenjiang, proviene il 90% dei cinesi che vivono nelle chinatown italiane. E sempre da Wenzhou provengono la maggior parte dei prodotti che la Cina esporta in occidente. Lo squallore della miseria della periferia e i bambini che lavorano in condizioni disagiate contrastano con la magnificienza dei grattacieli in continua costruzione. Questo è il duplice volto di questa città raccontato dal fotografo Alessandro Lisci nel suo reportage “Wenzhou, la patria dei cinesi d’Italia”, con la collaborazione della penna di Angela Camuso, giornalista di cronaca nera e giudiziaria.

Lisci ci racconta una Cina differente da quella dello stereotipo occidentale, dove ai bambini che lavorano nei cantieri, alle baraccopoli celate dai muri eretti dal regime, si alterna una Cina in crescita, “che distrugge il vecchio per costruire il nuovo” rincorrendo quel “sogno cinese” legato ai miti della tecnologia, della bellezza e delle griffe. L’idea deriva dal viaggio che i due fecero in Cina per intervistare per la prima volta i preti cattolici della chiesa clandestina perseguitati dal regime pubblicando la storica intervista sul settimanle L’Espresso : «Lo stimolo per iniziare – dice Lisci – deriva dal fatto che abbiamo voluto andare a coprire una lacuna». Proprio la particolarità del soggetto ripreso fa di questo reportage  un unicum sul quale riflettere. Il personale di un fast food schierato in posa militaresca è il soggetto scelto dal fotografo come icona del progetto: «È l’idea – spiega il sinologo Trentin – di una massa che si identifica ancora in valori gerarchici e generazionali». Il giornalista, Toni Fontana, che ammette: «Una foto di queste vale più di dieci articoli di giornale».

di Simone Di Stefano. L’Unità.

Biografia Alessandro Lisci:

Lisci si forma come ritrattista alla scuola di Giuseppe Pannozzo, Studio Petri, Roma.

Dal 2005 inizia a collaborare come Free Lance per alcune testate giornalistiche, pubblicando per L’Espresso, La Repubblica, L’Unita’, Il Venerdì della Repubblica, News Settimanale, Leggo, Donna Moderna, Metropolis de La Repubblica, Mediaset.

Espone nel 2008 al FotoGrafia Festival Internazionale di Fotografia di Roma

Biografia Angela Camuso:

Angela Camuso, giornalista professionista, nasce a Bergamo nel 1974. Si trasferisce a Roma all’età di 18 anni. Dopo la laurea con lode in Scienze della Comunicazione presso ‘La Sapienza’, svolge il praticantato all’Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino. Dal 1999 si occupa di cronaca nera e giudiziaria, dapprima come free-lance e attualmente per L’Unità. Scrive articoli di inchiesta per il settimanale L’Espresso. Collabora con Leggo, Il Manifesto, Il Corriere del Mezzogiorno e Narcomafie.

E’ autrice del bestseller “Mai ci fu pietà. La banda della Magliana dal 1977 a oggi”.

22 anni fa la strage di piazza Tiananmen

La notte tra il 3 e il 4 giugno del 1989 l’Esercito di Liberazione Popolare sgombrò la piazza dai manifestanti. SI LIU, dicono i cinesi, e basta. Si, quattro, il giorno, liu, sei, il mese. Lo dicono a voce bassa. Il fonema “SI” sta per 4, ma anche per “morte”. Brutto suono, brutta storia: tutta da dimenticare.
Siamo in attesa, insieme alle “Madri di Tiananmen” e a tutte lle donne e gli uomini giusti della Terra della “rettifica del giudizio del Partito”.
Aspettiamo che il massacro sia riconosciuto dal governo e debitamente onorate le vittime, meglio dire “i caduti” di quella terribile notte.
Una notte che vorremmo non ci fosse mai stata.

Liu Xiaobo
on the institutional protection of human rights

“The day when dignity of the people is conceptually and legally established is the day that the human rights of our countrymen will gain institutional protections.”

From “Can It Be that the Chinese People Deserve Only ‘Party-Led Democracy’?” (2006)
. On the 22nd Anniversary of the Tiananmen Massacre:
The Souls of Those Killed during June Fourth Shall Not Be Defiled; Their Families Shall Not Be Dishonored

This year, we approach the 22nd anniversary of the Tiananmen Democracy Movement at a time when the fight for democracy, freedom, and human rights in North Africa and the Middle East is spreading like wildfire. As relatives of those killed in the 1989 movement, our memories are still fresh and our pain is unbearable when we look back at the tragic outcome of that unparalleled disaster.

Il profumo dei gelsomini e l’odore degli interessi.

Di Jean Leonard Touadi

da “Democratica”

Le responsabilità dell’Europa e le rivolte nel Nord Africa

La rivoluzione tunisina comincia a Sidi Bouzid nel centro del paese quando un giovane laureato in lingua e letteratura araba si dà fuoco, dopo che un poliziotto zelante o corrotto aveva deciso di confiscare il suo banco di frutta e verdura. Mohammed Bouazizi come Jan Palach a Piazza S. Venceslao. Quella giovane speranza diventata una torcia umana è la cifra simbolica di quella rivolta ma della speranza che ha coinvolto milioni di giovani in Tunisia, Algeria, Egitto e in altri paesi dove la rivolta è scoppiata o cova sotto la cenere della frustrazione e della rabbia sociale.

L’ira collettiva dei giovani che si è diretta contro i simboli del potere, della corruzione del clan Ben Ali e dei templi del consumo dal quale sono esclusi. L’onda lunga della rivolta ha scosso tutto il Maghreb, molto giovane e disperato. Quali sono gli ingredienti di questo cuscus sociale avvelenato? In Tunisia i giovani di meno di 18 anni sono il 30% della popolazione; in Algeria e Marocco un abitante su tre ha meno di 18 anni. In Tunisia un terzo dei giovani è senza lavoro, 18% di giovani senza lavoro in Marocco e in Algeria dove tre disoccupati su quattro hanno meno di trent’anni. Sono chiamati la generazione del “muretto” per le ore trascorse nella noia e la disperazione di conversazioni senza fine nei muretti delle città. Una generazione molto “connected” che usa twitter, facebook e le tv-webcam che sono stati il veicolo della rivolta. Un essere “collegati” che alimenta attese di vita e di consumo che le loro società non possono soddisfare. Queste attese si materializzano oggi negli sbarchi di giovani tunisini in Italia nel tentativo di realizzare il sogno europeo raggiungendo familiari e/o amici in Francia, Belgio, Germania, Inghilterra. E l’instabile transizione tunisino non aiuta questi giovani a cominciare a pensare il loro futuro nel loro paese.

Dopo la Tunisia, il fuoco della rivolta ha contagiato l’Egitto. Un regime eretto a modello di stabilità, fedele alleato degli Stati uniti e primo paese arabo a firmare un accordo di pace con Israele. L’Egitto è ed era un perno fondamentale delle politiche occidentali nella regione. Il prestigio personale di Mubarak e la posizione geostrategico del suo paese hanno pesato nei negoziati multilaterali sulla questione palestinese. Lo stesso atteggiamento dei servizi segreti egiziani nei confronti dell’integralismo di Hamas rappresenta un elemento decisivo negli equilibri interni alla dirigenza palestinese tra Cisgiordania e Gaza. Per questi “meriti” conquistati sul campo del dialogo e della stabilità, il Rais Mubarak è stato a lungo finanziato, sostenuto militarmente con un investimento massiccio e l’economia egiziana si è legata intimamente agli interessi dell’Europa soprattutto nei settori del turismo, delle infrastrutture e dei servizi. L’uscita di scena di Mubarak apre ora delle prospettive nuove ed inedite. Ancora non è dato sapere quali saranno gli esiti della rivoluzione di Piazza Tahrir. Una cosa sicura è che la caduta di Mubarak costringe tutti a cambiare strategia e interlocutori. Un cambiamento che dovrebbe avvenire in tempi ravvicinati tenendo conto del fatto che altri pilastri della nostra politica mediorientale rischiano l’instabilità o addirittura l’uscita di scena. Penso all’Arabia saudita, alla Giordania e ad altri alleati degli Emirati.

La situazione della Libia resta quella più emblematica oltreché drammatica per gli effetti sulla popolazione civile, sul futuro prossimo del paese e – alla lunga – sulla stessa stabilità dell’Italia e dell’Unione europea. In effetti, dopo decenni di isolamento dalla scena internazionale per essere stato catalogato come Stato-canaglia, la Libia ha ritrovato il suo posto tra le nazioni frequentabili nel 2004. inizia allora il nuovo “scramble for Africa” (l’arrembaggio) delle nazioni europei per diventare il miglior amico di Gheddafi. L’Italia è in testa ai paesi che si recano nella mitica tenda del leader libico per stringere amicizia e affari. La firma del”famoso” trattato di amicizia italo-libico è il sigillo officiale di un lungo corteggiamento. Tre sono le clausole principali dell’accordo: il contrasto all’immigrazione clandestina; il risarcimento dei danni provocati dalla colonizzazione italiana in Libia monetizzato in un investimento di 5 miliardi di dollari nelle infrastrutture libiche da parte delle imprese italiane nei prossimi vent’anni, infine un fitto partenariato economico (Gheddafi ottiene l’1% delle azioni ENI) e molte aziende italiane s’insediano nel territorio della Jamahirya libica. Lo stesso slancio amichevole ed interessato manifestano anche la Francia (contratti di collaborazione per un impianto di dissalazione dell’acqua marina con un reattore nucleare), la Spagna (con l’azienda Repsol che ha investito 38,03 milioni di euro in Libia) e tutta l’Unione europea nonostante le flagranti violazioni dei diritti umani perpetrati da Gheddafi e malgrado una repressione feroce a danno degli immigrati illegali respinti dal nostro paese in paese alla legge sui respingimenti varata nell’estate del 2009. Non si può fare a meno delle riserve di petrolio libico che ammontano a 40 miliardi di bari e a 1.500 miliardi di m3 di gas naturale. La nostra diplomazia ha balbettato cose insignificanti all’inizio della crisi libico. Dalla sconsolante dichiarazione di Berlusconi che ha candidamente ammesso di non aver chiamato Gheddafi per “non disturbarlo” fino all’infelice uscita del ministro Maroni che chiede agli americani di “darsi una calmata”, passando per l’affermazione complice di Frattini all’inizio della crisi tunisini secondo la quale la Libia era un modello nella regione.

La diplomazia europea – e la nostra ancora di più per la vicinanza politica e di interessi – hanno scelte da decenni di guardare altrove. Invece di Sidi Bouzid, abbiamo scelto Sidi Bou Said  (detta anche la St-Tropez della Tunisia) ossia l’appoggio alle élite corrotte e totalitarie. E non convince la motivazione di difendere la stabilità contro l’avanzata del fondamentalismo. E’ vero il contrario. Ignorare l’antropologia della rabbia che esprimono questi giovani significa alimentare il brodo di coltura dei fondamentalisti che nei Suk e nelle “Medina” predicano la giustizia sociale e la lotta alla corruzione ai giovani frustrati.

Dobbiamo imparare la lezione e impostare le nostre strategie politiche ed economiche nell’ottica di arginare questi fermenti trasformando questi giovani, assettati di libertà e di modernità, nei migliori alleati dell’Europa. Altrimenti il fuoco di Sidi Bouzid brucerà anche noi. Dobbiamo trovare la strada per mettere insieme i nostri valori di democrazia, di libertà e di giustizia con la salvaguardia dei nostri interessi. Quella stabilità cinica basata sulla povertà e l’illibertà altrui si è rivelata fragile.

La vera e duratura stabilità risiede nella nostra capacità di allearci con le popolazioni che anela alla libertà e alla democrazia. Per troppo tempo ed erroneamente si è pensato che la stabilità e i nostri interessi nazionali potessero essere tutelati a discapito di valori come la democrazia, il rispetto dei diritti umani e un’equa distribuzione della ricchezza. Come se di tutto ciò sull’altra sponda del Mediterraneo si potesse fare a meno. Siamo andati a cena, a pranzo, abbiamo coccolato e ricevuto con tutti gli onori i leader che per noi rappresentavano quest’abilità per scoprire solo adesso che era un’idea basata sul nulla. E non parlo solo dei governi. Andando in vacanza in queste località oggi interessate dal vento di rivolta abbiamo fatto finta di non vedere, di credere che il giovane tassista dovesse accontentarsi della piccola mancia che gli davamo.

Siamo stati ipocriti, ciechi e schizofrenici: con la destra proclamavamo valori che gli toglievamo con la sinistra. Considero un peccato il fatto che la nostra classe dirigente abbia considerato la legge sui respingimenti come una legge qualunque. Invece ha sancito l’immagine di un’Europa fortezza, che si chiude in un rifugio geostrategico di fronte alla crisi economica. In questo modo noi non facciamo integrazione all’interno delle nostre frontiere e non facciamo cooperazione per eliminare i fattori di espulsione degli immigrati dai loro paesi piegati dalle guerre e dalla povertà. Con leggi del genere si è creato un solco, anzi una vera deriva dei continenti dal punto di vista politico. I popoli del Nordafrica, ma anche dell’Africa Subsahariana, hanno tacciato di cinismo e indifferenza l’Europa.

Si scatena cosi una rabbia che neanche il passato coloniale aveva potuto generare. Perché questi giovani si sono trovati ingabbiati in una doppia solitudine: soli di fronte agli autocrati locali e soli di fronte alla comunità internazionale distratta. Non si può parlare di immigrazione  né di politica estera senza parlare di cooperazione. L’ondata migratoria ci seppellirà se non sapremo avere una politica più intelligente e lungimirante. Questa politica si chiama creazione di uno spazio euro-africano inteso strategicamente come interesse dell’Europa e dell’Italia

Omar Galliani “Diario Cinese”. Di ELENA PARDINI

Organizzazione: Istituto Italiano di Cultura di Pechino
A cura di Manuela Lietti

Pechino: 23 Marzo- 20 Aprile 2011
Istituto Italiano di Cultura

Tianjin: 25 Marzo – 22 Aprile 2011
Centro Culturale del Quartiere Italiano

“Diario Cinese”, mostra ospitata negli spazi dell’Istituto Italiano di Cultura di Pechino e del Centro Culturale del Quartiere Italiano di Tianjin, rappresenta il compendio visivo delle recenti visite in Cina di Omar Galliani (Montecchio Emilia, 1954), artista italiano di fama internazionale nonché pioniere del disegno in ambito contemporaneo.
Costituita da disegni di piccolo e grande formato ultimati in momenti diversi ma tutti ispirati al mondo femminile, la personale “Diario Cinese” dispiega davanti agli occhi dello spettatore un mondo fatto di bellezza assoluta, grazia e raffinatezza, indiscussi leitmotiv iconografici della produzione dell’artista da più di trent’anni a questa parte. Occhi che galleggiano nel candore della carta da disegno alla ricerca di uno sguardo da osservare e da cui farsi osservare; volti dormienti che si fanno custodi di una dimensione onirica che è altro per eccellenza; sguardi intrisi di dolcezza rivolti pudicamente verso lo spettatore: sono alcuni dei soggetti che i lavori in mostra presentano al pubblico cinese.
La matita, il carboncino, i pastelli, strumenti essenziali del modus operandi di Omar Galliani si accostano a sigilli cinesi, a tavole dai cromatismi esasperati fino a creare composizioni dal chiaroscuro accentuato, sospese tra reale ed ideale, in cui il processo che induce l’ispirazione a divenire fare artistico è parte integrante del risultato. Artefice di un’arte che pur omaggiando la tradizione del disegno italiano abbraccia innovazioni ardite e suggestioni inattese date dall’incontro con culture lontane, Omar Galliani persegue un’estetica in cui il disegno è strumento di introspezione ed esplorazione, raccordo tra micro e macro esperienze sublimate dal tratto senza tempo della matita dell’artista.
Artista già noto al pubblico cinese per la sua partecipazione alla prima Biennale di Pechino (2003) che gli è valsa il premio come migliore artista, nonché per la serie di mostre itineranti che l’hanno portato a esporre nei maggiori musei cinesi, da Shanghai a Xian, da Nanchino a Hong Kong, Omar Galliani in occasione di “Diario Cinese” presenterà oltre a un corpus di 13 pezzi, due lavori inediti creati in situ appositamente per gli spazi di Pechino e Tianjin.

“Diario Cinese” è un evento realizzato in cooperazione con: K35 Art Gallery (Mosca), Mazzotta Art Selection (Milano), Indigo Art (Pechino), Eye Gallery (Shanghai) ed è visitabile presso:

Istituto Italiano di Cultura di Pechino, Sanlitun Dong Er Jie 2, Pechino (100600), Tel. 0086. 010-65322187;  Fax: 0086 10 65325070;  E-mail: iicpechino@esteri.it
Orari: lunedì/martedì/mercoledì/giovedì  dalle ore 9.00 alle ore 18.00;  venerdì dalle ore 9.00 alle ore 19.30; sabato dalle ore 9.00 alle ore 12.00
Centro Culturale del Quartiere Italiano di Tianjin, Fengqing Qu, Guangfudao n. 27, Tianjin, Tel. 0086-022-24468981
Orari: tutti i giorni dalle ore 8:00 alle ore 20:00

L’illusione di poter bloccare la rete di Armando Di Grado

Il paradosso di un paese completamente isolato, nell’era dell’informazione globale ed istantanea. La Libia è sulle prime pagine di tutti i giornali, ma allo stesso tempo è scomparsa dal web.

Il Governo ha spento Internet, con la stessa semplicità con la quale noi spegniamo la luce quando andiamo a letto. Un interruttore. Clic. Buio e silenzio.

Internet, il mio miglior amico. Internet il tuo peggior nemico.

Ma come è possibile che si possa “spegnere” Internet? Quali sono le condizioni per fare questo, e soprattutto, quale è la risposta del popolo della rete a questo blocco?

Spegnere Internet e’ possibile solo ed esclusivamente quando la rete di telecomunicazioni è gestita interamente a livello governativo. Il governo ha il controllo completo dei pochi o, a volte, dell’unico provider di servizi di rete e di conseguenza ha diritto di vita e di morte sul servizio stesso. In Italia, certo, sarebbe certo molto meno facile, sia per la presenza di una molteplicità di operatori non governativi, sia per la struttura stessa della rete, molto più articolata e capillare di quella libica.

Internet, per intenderci, è un’autostrada, che ci serve per andare rapidamente dal punto A al punto B.

Così come accade per la rete viaria, se dovesse essere interrotta l’autostrada, è possibile quasi sempre trovare percorsi alternativi, forse meno rapidi, ma che ci consentirebbero comunque di arrivare alla nostra meta. Il protocollo TCP-IP che è in parole povere il linguaggio che i nostri computer utilizzano su Internet, funziona proprio in questo modo. I dati che noi inviamo e riceviamo non vengono trasmessi integri, ma frazionati in pacchetti. Il trasmettitore invia i singoli pacchetti e indica al ricevitore la sequenza giusta dei pacchetti con la quale ricostruire il dato. Questa logica detta “packet switching” tratta i dati dunque come i vagoni di un trenino che, arrivati al nodo di scambio interrotto si dividono, prendono strade diverse e poi si ricongiungono a destinazione. Internet, quindi, è intelligente.

Discorso leggermente diverso per quanto riguarda i cellulari, la cui rete è molto spesso gestita da operatori stranieri, colossi delle telecomunicazioni. In questo caso per sospendere la copertura dei servizi il governo deve però trattare con gli operatori. Spesso però i ripetitori sono forniti con concessioni pubbliche, cosa che facilita le trattative per i governi autoritari: gli operatori che non scendono a compromessi rischiano di essere tagliati fuori dal business di quello stato.

Lo “spegnimento” della rete e delle telecomunicazioni è però una misura talmente drastica che è impossibile da sostenere a lungo. I danni economici che produce sono disastrosi. Per questo il black out del web in Libia è durato solo una mezza giornata, ma prosegue sempre più serrato il controllo totale della navigazione degli internauti e la censura di un numero enorme di siti, che risultano non raggiungibili.

Ma, mentre i Governi bloccano e censurano, il popolo della rete cerca soluzioni per aggirare questi recinti. Internet fa tremare il potere e i potenti, gli stessi potenti che credono che questo recinto possa proteggerli e che credono sia ancora possibile imbavagliare la rete, il più grande, libero e straordinario movimento che la storia recente abbia conosciuto.

Esistono diversi strumenti informatici per eludere i filtri imposti alla rete da quei governi autoritari che vogliono impedire soprattutto la libera circolazione di critiche. Da alcuni anni conosciamo più di una strategia per sfuggire ai controlli. Ci sono alcuni software (Ultrasurf, Tor, Freegate) che consentono di eludere i filtri e navigare in forma anonima, ma il metodo più diffuso rimane quello di utilizzare un cosiddetto “proxy”, che ha lo stesso scopo, cioe’ quello di navigare in forma totalmente anonima.

Un proxy è un software che si interpone tra il client ed il server. Si tratta, in buona sostanza, di indirizzi IP che mascherano quello di provenienza. Mentre navighi, cioè, il tuo browser fa una deviazione verso il proxy e, da qui, corre poi sul sito desiderato. Tu non ti accorgi di nulla, ma il tuo indirizzo IP è sostituito da quello del proxy. Rimane la possibilità di risalire a te, certo, ma chi vuole farlo deve prima risalire al proprietario del proxy e obbligarlo legalmente a rivelare il tuo IP. E se il proxy, come spesso accade, proviene da qualche paese esotico, o da una giurisdizione extracomunitaria, la cosa diventa molto difficile se non impossibile.

Un ruolo di rilievo per la circolazione delle informazioni da e verso l’estero, in questi momenti critici del paese, lo stanno giocando i social network. Quelli che a volte a noi possono sembrare degli strumenti invadenti, eccessivi, indiscreti, oggi in Libia sono diventati la voce più rumorosa degli insorti.

La strada è lunga, la meta è lontana, ma visibile.

E nel posto dove essi  vogliono andare, non servono strade, ma autostrade dell’informazione. Una grande Internet che unisca il mondo intero, che distribuisca opportunità e speranze.

“Si vis pacem, para bellum”

Se cerchi la pace, preparati alla guerra.

E internet è il miglior mezzo per farlo pacificamente.

Articolo di 

Armando Di Grado

La rivolta tunisina: Zine el-Abidine Ben Ali, il venditore ambulante e il Primo Ministro

 

Il 17 dicembre 2010, Mohammed Bousazizi, un venditore ambulante di frutta e verdura con a carico la madre vedova e altri sette familiari riceve uno schiaffo sulla faccia da parte di un poliziotto, l’umiliazione lo spinge al suicidio. Si dà fuoco e con il suo gesto dà fuoco all’intera Tunisia. Simbolo e icona di quella lunga catena di piccoli e grandi soprusi che sono il vizio e la cifra di regimi e sistemi di potere che si ritengono in odore di eternità.
Oggi, il ritratto dell’ambulante umiliato è esposto dappertutto in Tunisia, proprio a sostituzione di quelli del deposto presidente-dittatore Zine el-Abidine Ben Ali.
Zine el-Abidine Ben Ali inizia la sua carriera come giovane e promettente giovane ufficiale dell’esercito passa poi ai servizi segreti. Studia all’Accademia militare francese di Saint-Cyr e all’US Army Intelligence di Fort Holabird nel Maryland. Gli esperti sostengono che il suo arrivo al potere nel 1987 sia stato pilotato e supportato dai servizi segreti italiani e algerini. Sostengono che l’ex governatore coloniale francese e la CIA non furono direttamente coinvolti ma, anche, che non attesero molto prima di chiedere che quanto era nei loro interessi venisse accordato al meglio.
Le sue riforme sia in campo scolastico/ universitario che economico hanno prodotto una classe di giovani colti, ben al di sopra, da questo punto di vista, dei coetanei algerini, marocchini e libici. Talento, competenze e capacità, però, sottooccupate e sottopagate nel loro proprio paese. Di fianco una media borghesia tanto frustrata quanto instancabilmente operosa. Di contorno inflazione e disoccupazione ai limiti del sopportabile. Mancanza di democrazia e di rispetto dei diritti umani, aggiungono i manifestanti.
In campo militare, Ben Ali, punta sulle forze di polizia che vengono addirittura quadruplicate, circa 600.000 uomini. L’esercito, al contrario, finisce per contare solo 30.000 effettivi, poco equipaggiati e scarsamente considerati. All’esercito chiede appoggio la folla in rivolta e, fonti attendibili riportano che il 14 gennaio è dall’esercito che arriva l’ultimatum a Ben Ali: “ Hai tre ore di spazio aereo libero, approfittane e vattene!”, non se lo fa ripetere due volte e “vola via”, dopo 23 anni di potere indiscusso, gestito nell’interesse personale e familiare (la moglie, Leila Trabelsi, è particolarmente malvista dalla folla in tumulto, e pare, che 33 loro congiunti siano stati arrestati per corruzione), il 74enne ormai ex Presidente lascia la Tunisia diretto in Arabia Saudita, dove, pare, colpito da un non meglio definito colpo apoplettico, viene immediatamente ricoverato in ospedale.
Al suo posto, in qualità di Presidente insedia il suo Primo Ministro, Mohammed Ghannouchi, che si dichiara legittimato, ai sensi dell’articolo 56 della Costituzione, ad occuparne il posto fino a che non si indicano le elezioni. La risposta delle opposizioni è che la sua nomina sia del tutto illegale poiché l’unico organo legittimato ad assumere l’interim presidenziale sia il Parlamento, nella persona del suo Rappresentante ufficiale, per un limite di tempo non superiore ai 45 giorni, termine entro il quale vanno indette le elezioni.
Venerdì, 25 febbraio una grande manifestazione ha rianimato la protesta tunisina, 100.000 persone, stando a fonti attendibili, sono scese in piazza a Tunisi e davanti ai palazzi del potere hanno chiesto le dimissioni di Mohammed Ghannouci. Il dittatore è fuggito ma la dittatura è ancora qui è la parola d’ordine. Ghannouci, economista, Primo Ministro di Ben Ali dal 1999, già suo Ministro alla Cooperazione Internazionale e agli Investimenti Esteri è, di fatto, il più noto rappresentante del governo di Ben Ali.
Venerdì ha dichiarato ufficialmente che le elezioni si terranno entro metà luglio.
Che ne pensa il popolo tunisino?
Staremo a vedere.

AGGIORNAMENTI

Sabato 26: duri scontri a Tunisi, fonti attendibili, parlano di almeno 3 morti e molti feriti.

Domenica  27: Il Primo Ministro Mohammed Ghannouci si è dimesso.

Libri

segnalazioni e recensioni

Liu Xiaobo è premio Nobel per la pace

Liu Xiaobo e sua moglie

Il primo cinese a ricevere l’onore del Nobel per la pace è “un criminale”, attualmente detenuto nelle prigioni nazionali per il reato di “sovversione”: condannato a 11 anni di reclusione.
Il governo di Pechino ha definito “un’oscenità” questa assegnazione e si è subito mobilitato per impedire che “il detenuto” o altri da lui designati potessero recarsi alla cerimonia di consegna del premio, per la verità ha fatto di più, quello che nessun governo, totalitario o dittatoriale aveva mai tentato, ha mobilitato la sua potenza di fuoco affinché la cerimonia sia boicottata dal maggior numero di paesi del mondo. Ha messo sul piatto il suo potere economico e quindi di pressione commerciale in cambio dell’assenza a Oslo.
In tempi di mass media televisivi, in cui il potere della cultura, dei libri, della scrittura, appaiono tanto marginali, ci si scatena contro un professore di letteratura, reo di aver contribuito alla stesura di un documento/petizione denominato Carta 08, di cui è il primo firmatario, indirizzato alla leadership dello stato cinese. Una collaborazione che gli è costata una sentenza ad 11 anni di prigione.
11 anni di prigione per una petizione? Incredibile ma vero.
Chi è questo stravagante criminale, “pericoloso sovversivo, agitatore politico anti socialista” ?
Liu Xioabo è nato nel 1955 nel nord-est della Cina. Dopo la laurea in letteratura si trasferisce a Pechino per un Phd in letterature comparate. Professore alla Normale di Pechino. Nel 1988 visiting scholar alla Columbia University di New York. Nell’aprile del 1989, quando inizia la protesta studentesca che poi sarà normalizzata con i carri armati la notte del 4 giugno 1989, è tornato ad insegnare a Pechino. È al fianco degli studenti, nelle terribili ore del massacro negozia con l’esercito l’uscita dalla piazza di centinaia di ragazzi. Arrestato dopo “lo sgombero” resta in carcere per 18 mesi accusato di essere un controrivoluzionario, “la mano dietro” le proteste studentesche. Allontanato dall’università continua a scrivere, ragion per cui nel 1995 viene nuovamente arrestato e condannato a 3 anni di “di rieducazione attraverso il lavoro”, rilasciato nel 1999… continua a scrivere …
… criminale recidivo … Carta 08 è proprio troppo! Senza alcuna spiegazione o incriminazione viene arrestato il 23 giugno 2008, solo l’8 dicembre si saprà che l’accusa è “incitamento alla sovversione dello Stato e del Sistema socialista”. Condannato ad 11 anni il 25 dicembre 2009. Buon Natale professor Liu!
L’8 ottobre 2010 a Liu Xiaobo viene assegnato il premio Nobel per la pace, la moglie Liu Xia viene immediatamente posta agli arresti domiciliari, insieme a molti altri dissidenti, 24 dei quali vengono arrestati.
Infine Lu Xia riesce ad incontrare il marito in carcere. Lo informa del Nobel. “Ai martiri di Tiananmen” risponde lui.

Duch condannato a 35 anni di reclusione

CAMBOGIALunedì 26 luglio 2010, Il Tribunale Internazionale della Cambogia per i Crimini di Guerra e contro l’Umanità, perpetrati nella Kampuchea Democratica, il regime dei Khmer Rossi, durante il periodo che va dal 17 aprile 1975 (data della sua instaurazione) al 6 gennaio del 1979 (data sua caduta), emette la sua prima sentenza: Duch condannato a 35 anni di reclusione.

Il Tribunale Internazionale, ECCC (Extraordinary Chamber in the Court of Cambogia), è stato istituito nel 2003 dalle Nazioni Unite su richiesta del Royal Government of Cambogia presentata in data 21 giugno 1997.
Il suo compito è di fare piena luce sui crimini di guerra e contro l’Umanità attribuiti ai Khmer Rossi, sulle responsabilità individuali dei suoi leader, sull’entità e le modalità con cui circa due milioni di cambogiani, – l’equivalente di un quarto dell’allora popolazione complessiva della Cambogia – furono sterminati durate i 3 anni, 8 mesi e 20 giorni di vita del loro regime.
Ci sono voluti sette lunghissimi anni solo per la prima sentenza e a tutt’oggi 115 milioni di euro di costo.
Come inizio (sic!) lascia un po’ a desiderare.
In ogni caso meglio di niente.
Molte le polemiche seguite alla sentenza, subito ridotta a 19 anni effettivi, poiché Kaing Guek Eav alias il compagno Duch (nome di battaglia che si pronuncia doik), di anni 67, arrestato nel 1999, ha già trascorso in carcere 11 anni + 5 … che gli vengono detratti per arresto illegale poiché il Tribunale è stato istituito solo nel 2003.
Ma chi è Duch? L’anziano signore con un accenno di pancetta, la polo Ralph Lauren, l’aria compita e I modi piani e misurati che, lo scorso novembre, alla fine del dibattimento, ha chiesto alla Corte il suo immediato rilascio alla luce della sua ammissione di colpa, collaborazione, pentimento e … conversione al cristianesimo?
Stando a quanto da lui dichiarato al Tribunale Internazionale:
Kaing Guek Eav, noto come il compagno Duch, nasce il 17 novembre 1942 in una famiglia di contadini poveri di origine cinese. Primogenito di cinque figli, unico maschio. Dopo aver frequentato i corsi scolastici nella sua provincia di origine (Kompong Thom) si trasferisce nella capitale, Phnom Phen, dove consegue il baccalaureato. Aderisce all’Organizzazione dei Khmer Rossi (in seguito definita Angkar) nel 1964. Nel 1965 comincia ad insegnare matematica fino alla sua entrata in clandestinità il 29 ottobre del 1967. Il 5 gennaio 1968 viene arrestato e condannato a 20 anni di reclusione. Durante la sua detenzione è testimone di diversi episodi di tortura e ad esecuzioni sommarie. Rilasciato nel 1970, nel luglio del 1971 è a capo di M-13. Un campo di detenzione per sospette spie e nemici del partito, all’interno della giungla cambogiana. Dopo la presa del potere da parte dei Khmer Rossi (1975) diventa vice capo di S-21, la prigione lager di Phnom Phen, in qualità di responsabile della sezione interrogatori. Nel 1976 ne diviene il capo.
A M-13 e poi a S-21, Duch ha dichiarato, nella sua lunga e particolareggiata collaborazione con il Tribunale, riportata nelle 275 pagine del File relativo alla sua incriminazione, che presiedeva agli interrogatori e insegnava ai suoi collaboratori le tecniche di tortura con cui estorcere le confessioni, che lui, personalmente, trasmetteva ai membri del Comitato Centrale da cui, direttamente, riceveva gli ordini. Era tenuto a supervisionare gli interrogatori, spesso condotti con l’utilizzo della violenza, principalmente con fruste/bastoni di bamboo. Le confessioni ottenute venivano trasmesse da Duch ai suoi superiori … sebbene talvolta abbia pensato che potevano essere false ….
Quando riteneva che l’interrogatorio fosse giunto al termine, completato, ordinava l’esecuzione.
Ci tiene alle differenze di mansioni e a suo parere di responsabilità: sottolinea, più volte, che lui, con le sue mani, non ha mai ucciso nessuno.
Ah, qualcuno moriva per fame o mancanza di cure mediche …
Promosso al ruolo di vice e poi capo diretto di S-21 (dal 1975 al 1979), istituzione di cui Duch tiene a sottolineare l’Unicità, pur concordando con la ricostruzione della sua effettiva continuità con M-13 rilevata dal Tribunale, – porta con sé la maggior parte del suo staff. Addestrato a M-13. Di sperimentata efficienza.
Il compito di M-13 prima e di S-21 dopo era di “smashing” i nemici.
“Smash”, spiega Duch, significa più di uccidere … significa arrestare segretamente … interrogare segretamente con l’impiego della tortura e poi portare a termine l’esecuzione, segreta anche questa, senza che le famiglie dei detenuti ne siano messi a conoscenza. … viene tradotto anche “smash to bits”, aggiunge, … come ridurre in piccoli pezzi che implica non solo uno “smash” fisico ma anche uno di natura psicologica: disumanizzare, disorientare la psiche degli individui … (p.38).
Significa inoltre, chiarisce, che la persona non sarà rilasciata: chi era “smashed” (cioè tutti) non passava attraverso un processo perché non c’era nessuna Legge, Tribunale o altro, neanche dopo la presa del potere e l’instaurazione della Kampuchea Democratica -sic! – (il nome che i khmer rossi diedero al loro regime).
Decideva la Commissione Permanente del Comitato Centrale (o Comitato Centrale Esecutivo) che aveva avocato a sé i Tre Poteri (Legislativo, Esecutivo e Giudiziario), ci dice Duch che, di formazione culturale francese, immagina di poter applicare la suddivisione di Montesquieu all’Angkar. In realtà essi si erano semplicemente dissolti per riemergere dalle loro ceneri nella volontà segretissima e indefinita di Angkar, cioè di Pol Pot, della sua fantasia riformatrice e della sua paranoia.
Riguardo ai suoi compiti a M-13, Duch indica il reclutamento dei suoi collaboratori, inclusi i giovani contadini locali, (M-13 si trovava nell’area non urbanizzata dei Monti Cardamoni) e insegnare loro …
Alla caduta di Phnom Phen nel 1979 (ad opera dell’esercito vietnamita) i Khmer Rossi tornano alla clandestinità, Duch li segue. Nel 1998 Pol Pot muore, nel suo letto, un anno dopo che il suo principale capo militare, Mok, lo aveva posto agli arresti domiciliari. Un anno dopo Duch viene arrestato a seguito di un’intervista rilasciata a Nic Dunlop, un giornalista che lo ha riconosciuto tra il personale di un’organizzazione umanitaria cristiana. L’intervista lo porta dritto in prigione.
Nuon Chea, Ieng Sary, Ieng Thirith e Khieu Samphan, gli ultimi irriducibili Khmer Rossi vengono arrestati nel 2007. A seguito di forti pressioni sia interne che internazionali. L’inizio del loro processo dinanzi al Tribunale Internazionale è fissato nel 2011.
Il leader del partito politico che governa la Cambogia dalla caduta dei Khmer Rossi, Hun Sen, primo ministro nel 1985, è un ex di Pol Pot. Molti dei quadri e dei dirigenti dell’Angkar o Organizzazione, – l’ente invisibile che aveva ordinato lo sgombero delle città, i lavori forzati nei campi, le esecuzioni e l’abolizione della moneta e di ogni altra, seppur insignificante, proprietà individuale, che aveva legiferato l’immediata esecuzione di quegli affamati che, stremati dal lavoro forzato e denutriti al limite dell’inedia, tentavano di rubare la frutta che marciva sugli alberi, – sono vivi e vegeti e godono di coperture all’interno dell’attuale governo cambogiano. Alcuni ne fanno parte.
Difficile la strada del Tribunale Internazione: dal 2003 al 2010 per la condanna di Duch, l’aguzzino al servizio di Pol Pot. Torturatore professionale. Reo confesso dell’assassinio di 12.380 persone, questo il numero derivante dai registri trovati a S-21 che Duch, nella fuga precipitosa seguita alla caduta della capitale, non riuscì a portare via né a distruggere.
Esattamente 5994 uomini, 1698 donne e 89 bambini.
In novembre, alla conclusione del dibattimento, ha chiesto di fare una dichiarazione: legge in piedi, di fronte alla Corte e porge alle famiglie delle vittime, le sue più sentite scuse. In ultima analisi dichiara, fissando fiducioso i giudici, lui è stato solo un esecutore di ordini e a fronte dei 40 anni di reclusione richiesti dall’accusa, Duch, propone candidamente il suo rilascio.
Dimentica che a S-21 gli ordini li dava lui.
Io ero solo un poliziotto! Ha dichiarato in un’intervista.
Dimentica di essere stato, direttamente, senza nessuna intermediazione, in contatto, solo ed esclusivamente con la sommità del vertice: Pol Pot, Nuon Chea, Son Sen. Da Loro riceveva gli ordini e a Loro ed esclusivamente a Loro faceva rapporto.
Dimentica una dei punti del regolamento di S-21, – o prigione di Tuol Sleng, la ex scuola superiore di Phnom Phen dove era situata, oggi Museo dell’Olocausto cambogiano, luogo della memoria – dove si legge al punto 6. “Che è  fatto obbligo ai prigionieri di silenzio assoluto durante le torture loro inflitte, frustate o scosse elettriche”.
Proprio quello che sarebbe il caso che facesse Kaing Guek Eav/Duch o come altro abbia deciso di chiamarsi adesso.
19 anni di reclusione sono una vergogna, dicono i parenti delle vittime.
Hanno ragione.

Il FILM: Urla del Silenzio, regia di Roland Joffé, 1984

Il MEMORIALE: F. Bizot “Il cancello”, 2001 Ponte alle Grazie, Milano

Il TESTO: P. Short “POL POT anatomia di uno sterminio” Rizzoli storica, 2005 RCS libri, Milano